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Martedì 21 Maggio 2019
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Torino, 05/05/2019 -

Penso che nei compiti di un cronista sportivo, non ci sia soltanto la narrazione di fatti di natura tecnica legati ad eventi prettamente agonistici. Sì, perché certe emozioni vissute intimamente che appartengono a momenti di commemorazione come quella dei 70 anni della tragedia del Grande Torino, debbano essere descritte con l’intento di fare informazione sul coinvolgimento dei sentimenti puri, i quali non devono essere confusi con l’effimera retorica. Ieri, 4 maggio 2019, ero presente al Duomo di Torino per partecipare alla Santa Messa in ricordo della morte di quella squadra che la Memoria Granata mette sempre orgogliosamente avanti come simbolo della propria grande storia, che nel tempo è diventata cultura non solo calcistica. 70 anni di Leggenda Granata rivissuti insieme attraverso una liturgia mistica, che ha saputo incarnare  valori religiosi capaci d’intersecarsi a un momento storico che l’Italia, non solo calcistica, ricorda sempre come una tra le più terribili tragedie che hanno colpito il nostro Paese. Il Duomo di Torino, gremito di una folla incredibile, ha fatto da cornice alla completa presenza del Torino F.C. nella persona del presidente Urbano Cairo, dei dirigenti, dello staff tecnico e della squadra capitanata dal “gallo” Belotti. Ma c’erano anche i parenti più stretti dei giocatori del Grande Torino, che il trascorrere del tempo ha ormai decimato nelle sue presenze, ma non ha mai scalfito quel dolore imperituro che si sta diramando attraverso il proseguire delle varie generazioni di famiglia. Intorno a me ho visto tanti bimbi con la maglietta del Toro e la bandierina granata a farsi largo tra la gente, dando la mano rassicurante a mamma e papà che hanno fatto attenzione a non perderli. Ma i bimbi più fortunati erano vicini all’altare, così come li ha voluti fin dall’inizio della Messa il padre spirituale del Torino F.C. Don Riccardo Robella. Accanto a lui per pregare insieme ai campioni del Toro, ed essere partecipi di un ricordo che a loro è stato trasmesso come narrazione di un qualcosa che se anche non possono percepire appieno, ne ricavano momenti di preziosa trasmissibilità di valori umani che aiutano a crescere. Ma, sparuto tra la folla, ho visto anche qualche bimbo con la maglietta della Juve. Segno evidente di un momento commemorativo che unisce, che va oltre la passione per questa o quella squadra e che si materializza come insegnamento di quel padre juventino, il quale ha dato al proprio figlio insegnamenti educativi di rispetto da non confondersi con la passione per la propria appartenenza sportiva. E in tutti questi momenti di riflessione intervallati da preghiere, canti religiosi, strette di mano significativi di pace e fratellanza, ho apprezzato molto l’omelia di Don Riccardo, il quale ha paragonato la Leggenda del Grande Torino ad un vaso pregiato, una metafora perfetta che sa di bellezza e fragilità. Tanto pregiato il vaso, quanto fragile nel momento in cui cade e si frantuma in mille cocci che non è più possibile ricomporre. Così com’è stato il Grande Torino, unico, forte della sua forza, ma fragile contro un destino beffardo che ha voluto non fosse più ricomponibile su questa terra. Inevitabile il pensiero mistico verso la Resurrezione e a ciò che il nostro credo di cattolici cristiani ci indirizza verso una continuità di anima che prosegue soltanto nell’aldilà. Ma non più qui, su questa terra, dove l’unica cosa che resta è il vissuto, la storia e la memoria di gesta umane e sportive che hanno fatto Grande il Toro di Capitan Mazzola. E intanto la Messa volge al termine. In silenzio e in maniera composta, il popolo granata si dirige verso l’esterno del Duomo dove in prossimità di un’uscita secondaria i campioni del Torino salgono sul pullman che li porterà alla volta di Superga, per l’ennesimo appuntamento annuale davanti alla lapide dei Caduti. Un rito irrinunciabile, dovuto, accorato, in cui il capitano del Toro legge uno ad uno i nomi dei componenti la tragedia. Tutti, dai giocatori, all’allenatore, ai dirigenti, ai giornalisti. Tutti accomunati da un  destino che ha fatto di questa storia indelebile, il ripercorrere dei fasti sportivi e umani diventati Leggenda. La Leggenda Granata!

Salvino Cavallaro                               

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